Tesi sulla Transumanza del Dott. Alessio Rotellini di Paganica laureato in Storia Antica
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INTRODUZIONE La transumanza è la periodica ed alternativa migrazione del bestiame, quasi esclusivamente ovino, fra regioni con considerevoli contrasti climatici ma complementari dal punto di vista agrario. Per avere sempre una quantità di foraggio sufficiente, infatti, le greggi vengono portate nei pascoli in pianura o a fondovalle durante i mesi invernali; in montagna, a quote più o meno elevate a seconda del clima, nei mesi estivi. Tale attività è l’ingegnosa risposta dell’uomo a particolari condizioni climatiche che impongono la necessità di sfruttare alternativamente dei pascoli, posti anche a notevole distanza tra loro, per allevare grandi quantità di bestiame, eliminando il periodo di stabulazione. Il fattore che determina la differenza fra transumanza e nomadismo è che nella prima abbiamo soltanto lo spostamento di alcuni elementi della popolazione per badare al bestiame, mentre nel secondo, diffuso soprattutto nell’Asia Centrale e nelle zone subsahariane, avviene lo spostamento di tutta la popolazione[1]. La transumanza è quindi un genere particolare di pastorizia e non deve essere confusa con il nomadismo, poiché mentre i nomadi non hanno fissa dimora, i pastori della transumanza provengono da città, paesi e villaggi in cui esercitano anche altre attività economiche. È opinione comune, d’altronde che l’uomo avrebbe dapprima seguito gli spostamenti del bestiame che cacciava e in seguito, divenuto allevatore, sarebbe stato prima nomade e poi con la comparsa dell’agricoltura sarebbe divenuto transumante[2]. Resta tuttavia difficile distinguere tra transumanza e fenomeni di piccolo nomadismo per le innumerevoli sfumature che tali attività possono alle volte comportare. La transumanza viene oggi generalmente divisa dai geografi in orizzontale o mediterranea e verticale o alpina. La prima è propria delle regioni in cui si alternano a non grande distanza zone montuose ed adatte ai pascoli nei mesi estivi a pianure verdi in inverno ma bruciate dal sole in estate. La transumanza verticale o alpina, invece, è lo spostamento del bestiame, allevato prevalentemente per la produzione di latticini, dal fondovalle, dove trascorre l’inverno stabulato, a quote più elevate in montagna, durante l’estate. Questo tipo di allevamento (alpeggio, alpage, alpe, estivage, Sommerung, Almwirtschaft) è diffusissimo sull’arco alpino; qui i capi di bestiame, principalmente bovini e caprini, vengono sospinti durante la stagione estiva a quote più elevate sui fianchi delle montagne via via che si sciolgono le nevi per permettere di raccogliere il fieno, necessario durante l’inverno, sui pascoli rimasti liberi. Sull’Appennino, invece, la transumanza verticale è detta monticazione ed interessava ed in parte interessa ancora: bovini, ovini e caprini, equini ma anche suini ed asini. Poiché gli animali devono trascorrere molto tempo durante l’anno stabulati, diventano necessarie le colture foraggere che sottraggono terreno ad altre coltivazioni come il frumento, gli ortaggi ecc., per questo motivo può essere praticata soltanto con pochi capi di bestiame per il consumo interno familiare e di piccole comunità. Questo tipo di spostamento verticale non è ritenuto da alcuni studiosi un fenomeno di transumanza[3]. In questo studio faremo riferimento agli spostamenti verticali di bestiame con il termine di monticazione riservando, invece, il titolo di transumaza esclusivamente agli spostamenti orizzontali, caratterizzati dall’alto numero dei capi, dall’utilizzo di appositi percorsi pastorali che uniscono le sedi di pascolo ed infine, dall’assenza del periodo di stabulazione durante i mesi invernali. La transumanza inoltre può essere divisa in movimenti ascendente o normale, e discendente o inverso. Del primo caso si parla quando le greggi vengono portate dalle popolazioni della pianura in montagna; si tratta del secondo caso, invece, quando sono le greggi delle popolazioni che abitano in montagna ad essere portate in pianura. Si definisce inoltre movimento doppio quando a transumare sono le greggi delle popolazioni che si trovano a metà strada, quindi generalmente in collina. La transumanza era un fenomeno diffuso in molte parti del Mediterraneo ed aveva, in età medievale e moderna, una grande diffusione nella Spagna, dove sono più accentuati i contrasti tra pianura e altipiani e l’allevamento transumante percorreva i tracciati detti “cañadas”, dai Pirenei alle pianure meridionali della Mancia, dell’Estremadura e del Guadalquivir, arrivando a percorrere anche ottocento chilometri. Tale sistema d’allevamento venne poi sistematicamente favorito con la costituzione di una grande organizzazione chiamata “mesta” o “meseta” che restò in vigore dal 1272 al 1836[4]. Il fenomeno della transumanza fu tuttavia comune all’Italia centro-meridionale[5], alla Sicilia, ai Carpazi, ai Balcani, alla Corsica, alla Provenza, alla Germania meridionale, al Marocco, all’Algeria, alla Scozia, al Cile, all’Australia. Le condizioni geografiche e climatiche che costituiscono i presupposti per la pratica della transumanza orizzontale sono per il Mediterraneo costituite da un’aridità estiva che costringe a cercare i pascoli in montagna ed un’elevata piovosità invernale. Nelle altre parti del mondo tale attività viene praticata in ambienti e in condizioni anche molto diverse. I fattori che influenzano la transumanza possono essere, quindi, di natura climatico- ambientale e di natura antropica.
. fig. 1- Distribuzione delle masse orografiche in Italia che raggiungono e superano i 1000m. s.l.m. Il clima, negli ultimi tre millenni, ha avuto diverse oscillazioni, con fasi calde, alternate a fasi più fredde. Ad un periodo caldo è sopraggiunto uno più freddo datato VII e III-II a.C. in cui la temperatura media annuale doveva essere almeno di 0,8°c inferiore a quella attuale. Da quest’ultima datazione che corrisponde all’epoca dell’espansione romana in Italia e per tutta la durata dell’Impero fino al VII sec. d.C. la nostra penisola ha attraversato un periodo piuttosto caldo con temperature medie annue molto simili a quelle odierne. Due seconde espansioni glaciali si sono succedute durante il VII-X sec. d.C. e la più estesa databile tra il XVI ed il XIX sec. d.C., la cosidetta “piccola era glaciale” in cui la temperatura media annuale era almeno di 1,1°c inferiore all’odierna[6]. Tali cambiamenti climatici, non dovettero avere sulla transumanza una grande influenza. Sappiamo infatti che essa venne praticata con una certa consistenza per tutta l’epoca romana, in una fase “calda” quindi, e raggiunse la sua massima espansione per numero di capi della storia della Dogana, l’organizzazione istituita da Alfonso il Magnanimo nei primi anni del XVII sec. d.C, ovvero in piena “piccola era glaciale”. Queste oscillazioni influivano certo sui tempi di permanenza delle greggi sui pascoli come ci attestano alcune fonti del XVI sec. In quel periodo le greggi, dal Gran Sasso, tornavano in pianura d’agosto e non in settembre come accadeva in età romana e contemporanea[7]. Nei periodi più antichi come nel paleolitico, durante il quale le uniche fonti di sostentamento erano l’allevamento e la caccia, o nel neolitico, quando l’agricoltura ancora occupava soltanto piccole porzioni di territorio, le oscillazioni climatiche avranno avuto un’influenza certamente maggiore, determinando lo spostamento di intere popolazioni, come accade tuttora tra le popolazioni nomadi o seminomadi. Per quanto riguarda i fattori ambientali, osservando la geomorfologia dell’Italia è da notare come la penisola, possegga delle ristrette aree foraggere che non potevano permettere l’allevamento di una quantità elevata di bestiame in maniera stanziale. L’utilizzazione dei pascoli complementari offerti in estate dalle conche e dagli altipiani, talora anche molto estesi e ricchi d’erba, degli Appennini fu necessario nell’Italia antica per poter utilizzare le pianure per l’agricoltura. In effetti, osservando l’orografia d’Italia, nelle aree dove sono presenti in maniera sufficiente pascoli in alta quota, lì si è verificato, in tempi storici, il fenomeno dell’allevamento transumante. I fattori antropici, invece, incidono in maniera più importante sulla pratica della transumanza. L’unità politica favorisce, insieme alla pacificazione di zone più o meno vaste e ad un sistema di norme legislative, il costituirsi dei regolari trasferimenti di bestiame. Tale attività ha da sempre attirato l’attenzione degli stati per pretendere dagli allevatori dazi e pedaggi. Anche la frammentazione politica, tuttavia, non fu un problema insormontabile ma veniva aggirato da accordi tra gli stati, come è testimoniato da alcuni esempi della Grecia del IV-II sec. a.C., (epoca per la quale sono noti documenti epigrafici in merito)[8] come forse doveva accadere anche per l’Italia prima dell’unificazione politica ad opera di Roma e nell’alto-medioevo. La transumanza può, infine, funzionare anche nel quadro di un rapporto di forza o di violenza. In questo rapporto possono avere il vantaggio le genti di pianura; gli agricoltori saranno allora i possessori di greggi ed obbligheranno le genti di montagna a cedere i loro pascoli a condizioni vantaggiose. Al contrario qualora fossero le genti di montagna ad avere il sopravvento imporranno ai contadini di lasciare incolti dei terreni per permettere il pascolo invernale delle loro greggi. Ciò che influisce di più sulla transumanza è sicuramente la pressione demografica e la conseguente messa a coltura di terreni sottratti ai pascoli. L’aumento della popolazione è infatti inversamente proporzionale al numero di capi di bestiame presenti nel territorio. Di contro, anche l’attività pastorale imprime al paesaggio trasformazioni più o meno marcate, in relazione a vari fattori tra i quali soprattutto il contesto geografico e il carico dell’allevamento. In luoghi semidesertici dove l’allevamento ha assunto da millenni la forma nomadica o seminomadica (come per l’Africa subsahariana), quest’attività non imprime sul territorio quasi alcun segno. Basta però che la vegetazione sia più consistente perché l’allevamento lasci cospicue tracce sul territorio. L’allevamento, infatti, ha provocato larghe distruzioni di aree boschive, tramite la consuetudine antichissima di appiccare incendi[9], per ricavare pascoli sulla terra che degrada, in quanto non tende a produrre nient’altro che erba[10]. Altre conseguenze degli incendi sono la modificazione nella composizione delle forme vegetali, che ha portato alla trasformazione della selva mediterranea in macchia e in prateria o steppa. Le tracce di tale pratica per la deforestazione di aree boschive in alta quota sono probabilmente alcuni livelli a carboni scoperti dai geologi nelle montagne del centro-Italia. Localizzati in tutto l’Appennino centrale e compresi tra le quote di 1250 m e 2070 m; datati al radiocarbonio, risultano tutti, tranne uno antichissimo risalente al 32050 a.C., compresi in un arco cronologico esteso dal 5860 al 460 a.C.[11] In alcuni di tali livelli è stato ritrovato materiale ceramico. Benché non possiamo essere sicuri della natura di tali incendi, la loro età che coincide con periodi di intensa frequentazione di queste zone da parte di popoli raccoglitori e pastori[12], lascerebbe pensare ad un’origine antropica per almeno alcuni di essi. La transumanza inoltre, articolandosi fra sedi invernali ed estive, necessita di ampi sentieri, che possono essere quasi esclusivamente ad uso pastorale, che le collegano e che segnano il territorio e caratterizzano le strutture umane connesse con lo sfruttamento di questo tipo di allevamento. Tali strutture sono: le stalle, le scuderie, i fienili, le recinzioni. Queste variano per dimensione ed organizzazione in base al ruolo dell’allevamento ed al rapporto di questo con l’agricoltura che viene praticata sul territorio. Nelle aree della grande transumanza, queste costruzioni sono di norma concentrate in pianura ed assumono la forma della masseria. Nelle sedi di alta quota invece, dove non è presente alcuna attività agricola, i pastori hanno soltanto ricoveri precari, che non lasciano quasi resti archeologici, ma che verosimilmente dovevano essere identici a quelli che venivano costruiti ancora nel secolo scorso. Queste strutture potevano essere costruite con mura a secco con tetto di frasche, con legno e paglia, con tende, con un’armatura di legno coperte da frasche e zolle erbose. Oppure erano più stabili, costruiti con pietre a secco, ed allora assumevano aspetto trulliforme, ed avevano a volte un recinto per gli animali. Concludendo, è interessante notare come la transumanza, costretta da fattori climatici e ambientali e per il tradizionalismo culturale del mondo dei pastori, abbia seguito nei tempi, nei modi, nei percorsi, gli stessi ritmi, le stesse consuetudini, da quando è apparsa tra le attività dell’uomo a quando, almeno per il mondo occidentale, è andata scomparendo nel corso del secolo appena trascorso. Lo studio della transumanza è di certo lo studio dell’attività economica principale di vaste aree d’Italia, soprattutto medio-adriatica e dei popoli che vi abitarono. [1] L. Krader, Pastoral Nomadism in Eurasia: As Evolution and as History, «Proc. VIII Int. Congr. Anthr. Ethnol. Sc.» Symposium 10, Tokyo-Kyoto 1968, III (Ethnology and Archaeology), Tokyo 1968, pp. 321-323. [2] J. Blache, L’homme et la montagne, Paris 1950, p. 13 s.; A. Fleming, The Genesis of Pastoralism in European Prehistory, «WA» 4, 1972, p. 179. [3] J. Blache, Les types de migrations pastorales montagnardes. Essai de classification, «Rev. Géogr. Alp.» 22, 1934, pp. 525-531. [4] J. Klein, The Mesta. A Study of Spanish Economic History, Cambridge Mass. 1920; C. J. Bishko, El Castellano, hombre de llanura. La exploitacion ganadera en area fronteriza de la Mancia y Extremadura durante la Edad Media, «Est. Hist. Mod»., Barcellona 1965, pp. 219-254; R. Pastor De Togneri, La lana en Castilla y Leon antes de la organizacion de la Mesta, «Moneda y Credito», 112, 1970, pp. 29-57. [5] M. Nanni, P. Properzi, Insediamenti minori ed attività pastorali nel versante meridionale del Gran Sasso, in Omaggio al Gran Sasso, L’Aquila 1975, pp. 185-273; R. Cianferoni, La pastorizia nel Lazio e nell’Abruzzo, Roma 1966; R. Almagià, L’Italia, Torino 1959, pp. 779-781; G. Barbieri, Osservazioni geografico-statistiche sulla transumanza in Italia, «Riv. Geogr. Ital.» 62, 1955, pp. 15-33; M. Ortolani, Pastorizia transumante e bonifica integrale, «Geopolitica» 3, 1941, pp. 276-280; Id., Memoria illustrativa della carta dell’utilizzazione del suolo degli Abruzzi e Molise, Roma 1964; C. Lamboglia, La Transumanza nelle Alpi Liguri, in Atti VIII Congr. Geopol. It, Milano 1921 II, Firenze 1923, pp. 421-427; G. Pullè, La pastorizia nell’Agro romano, «Boll. Soc. Geogr. It.» 66, 1929, pp. 570-601; Id., La pastorizia nella campagna romana, «Riv. Geogr. It.» 22, 1915, pp. 490- 501. [6]H. Lamb, Climate: Present Past and Futur, London 1972; C. Giraudi, Le oscillazioni del ghiacciaio del Calderone (Gran Sasso d’Italia, Abruzzo-Italia Centrale) e le variazioni climatiche degli ultimi 3000 anni, «il Quaternario», Roma 2002. [7] F. De Marchi, In cima a Corno Monte, Mediolanum 1573, X :« In questa pianura (Campo Imperatore sul Gran Sasso) viene a pascolare gran quantità di bestiame e massime pecore. Dico che qui vengono a pascolare più di sessanta o settanta mila pecore. Cominciano ad entrare il giorno di S. Giovanni e vi stanno per tutto Luglio, poi bisogna partire per il gran freddo che vi fà. Questa pianura, situata tra altissimi monti, è bellissima a vedere. Quando i pastori vi sono a pascolare, pare di essere un esercito grandissimo con tante capanne e tante tende, massimamente la sera quando tutte accendono i fuochi». [8] S. Georgoudi, Quelques problèmes de la transhumance dans la Grèce ancienne, «REG» 87, 1974, p. 172 ss.; R. Martin, Rapports entre les structures urbaines et les modes de division et d’exploitation du territoire, in Problems de la terre ancienn en Grèce, Paris-Le Haye 1973 (ed. M. I. Finley), p. 110. [9] Virgilio, Aenead. X, 405, ac velut,optato ventis aestate coortis, / dispersa inmittit silvis incendia pastor / correptis subito mediis, extenditur una / horrida per latos acies volcania campos; / ille sedens victor flammas despectat ovantis. [10] V. Rivera, Sulla degradazione botanica delle zone alte pascolative dell’Abruzzo aquilano, «La ricerca scientifica» 30 (2), 1960, pp. 241-254; G. Sarfatti, Considerazioni e ricerche botaniche sui pascoli del Tavoliere di Puglia, «Annali Fac. Agraria Univ. Di Bari» 8, 1953, pp. 229-256. [11] G. Giraudi, Incendi di età pleistocenica superiore e olocenica sulle montagne dell’Appennino Centrale «Il Quaternario» 12(2), 1999, pp. 257-270 [12] D. Lubell, M. Mussi, Upper Palaeolithic to Neolithic in Abruzzo: preliminary data from the 1989-1994 field season, «Old World Archaeology Newsletter» 18 (2), 1995, pp. 32-36. |

